Luoghi/Storie

Il faro di san Raineri, tra sacro rinascimentale e struttura militare

Di Grace Macrì

La penisola su cui sorge l’omonimo faro prende il nome dal monaco romito Raineri che si occupava di tenere il fuoco sempre acceso, come testimoniano alcuni documenti del XII secolo, e che faceva in quel luogo vita solitaria “in una capannuccia sotto un’antica e rovinosa fabbrica, stimata dei tempi dei Mamertini, vicina al mare, in quel luogo istesso ov’è fabbricata la Torre, chiamata volgarmente Lanterna“.

Ingresso Lanterna del Montorsoli (Photo credit: Tanino Cardillo)

Ingresso Lanterna del Montorsoli o faro di San Raineri (Photo credit: Tanino Cardillo)

Dopo la ristrutturazione della torre sappiamo grazie allo storico Buonfiglio che le spese per il mantenimento della Lanterna provengono soprattutto da una donazione. Si tratta del “lascio che una donna greca, dell’isola di Candia, fece d’un oliveto, quale acquistò abitando in Messina, del cui oglio s’accendesse questo notturno lume, et è vicino il torrente di Bordonaro, nella contrada nomata Calorendi“.

Fino al 1814 e forse anche più tardi la Lanterna restò di proprietà comunale: era il Senato a mantenerne un custode, ad occuparsi delle riparazioni e ad accendere a sue spese il faro. Per sopperire a queste spese, però, riscuoteva la cosiddetta “gabella del Fano“. Nella seconda metà del 1800 fu eretta la torretta ottagonale a due livelli che ora è caratterizzata da una colorazione a strisce bianche e nere e sulla quale si trova il corpo della lanterna che ospita l’apparato ottico.

Torretta ottagonale a due livelli sopra la quale si trova la lanterna (Photo credit: Grace Macrì)

Torretta ottagonale a due livelli sopra la quale si trova la lanterna (Photo credit: Grace Macrì)

Il tema del culto era insito nel luogo della zona falcata già alla fine del Duecento, quando ad alcuni frati era stata concessa quell’area per costruire il proprio convento. Quando nella seconda metà del XVI secolo fu abbattuta la struttura medievale, forse già crollata, per costruire la nuova torre veniva meno anche la chiesetta dell’anacoreta e con essa questo terzo aspetto religioso che, invece, il Montorsoli ha restituito alla struttura.

Lanterna del Montorsoli (Photo credit: Grace Macrì)

Lanterna del Montorsoli o faro di San Raineri (Photo credit: Grace Macrì)

La torre è alta 25 metri a partire dal livello dello zoccolo basamentale al piano superiore della Lanterna, dove vi è l’attuale faro ed ha una larghezza di 19 metri per lato. Un edificio così imponente lungo il litorale della penisola di circa 2 chilometri sembra sfidare anche le forze della natura e riprenderne da questa i colori. Se da una parte la torre con le sue bugne di pietra calcarea rifletteva il bianco delle saline che già dall’età normanna vi erano nell’interno del braccio, dall’altro rifletteva il blu del mare, essendo essa stessa considerata occhio marino sempre vigile sullo Stretto.

La parte inferiore della torre è a pianta quadrata, con inclinazione a scarpa di tutto il paramento esterno in grossi conci di pietra bugnata. L’interno presenta quattro elevazioni: il basamento, con cisterna, poggiata su un lato di fondazione rilevato dal marcapiano; l’ingresso ei due vani sovrapposti e coperti a crociera, destinati agli alloggi del personale di servizio e alle loro famiglie. All’esterno un altro marcapiano segna le funzioni interne (ma non tutte come vedremo) dell’edificio: la parte inferiore ha funzione logistica, quella superiore di osservazione. I diversi livelli sono collegati dalla tipica scala a chiocciola, mentre l’accesso all’ingresso è collegato da un’imponente scalinata, su volte a botte sostenute da pilastri.

I 127 gradini in pietra che portano in cima alla torre (Photo credit: Grace Macrì)

I 127 gradini in pietra che portano in cima alla torre (Photo credit: Grace Macrì)

Nel 1674, i francesi inseriscono la torre della lanterna nel sistema della difesa della zona falcata della città, bastionando gli esterni, rafforzando le scale di accesso e rimodellando l’ingresso.

Dei quattro lati della torre, tre presentano caratteristiche costruttive proprie delle pareti che sono esposte al rischio proveniente dal mare, quelle di nord, est e sud. Il quarto lato, quello rivolto a occidente, quindi alla città e alla sicurezza portuale cambia aspetto e vede ridursi notevolmente la propria profondità. Secondo Aricò, non si tratta solo di una minore robustezza edilizia quanto di un compromesso tipologico che nasconde una cellula sacra, tipico della scuola “fiorentina”. Come una bolla d’aria compressa all’interno di una cospicua massa muraria del primo livello fuori terra sorge la cappella della torre. Nello spazio dedicato alla cappella nelle altre torri costiere era posta la cisterna per la riserva idrica, a volte interrata.

Faro di Montorsoli. Ingresso cappella (Photo credit: Mar. Bonfiglio)

Lanterna del Montorsoli o faro di San Raineri Ingresso cappella (Photo credit: Mar. Bonfiglio)

Qui non potendo optare per una simile soluzione perché la nuova torre sorgeva, come abbiamo visto, sul solido basamento di quella preesistente, il Montorsoli ha risolto il tutto ubicando la cisterna in un area insolita: in asse sopra il volume della cappella, in corrispondenza del secondo livello fuori terra. Si tratta di un artificio studiato per ingannare il nemico in quanto l’unica via di accesso alla torre era quello dell’ingresso al secondo livello tramite una scala lignea che poi veniva ritirata e che conduceva alla cappella, del tutto isolata agli altri ambienti dell’edificio. A nascondere la destinazione degli ambienti interni della torre contribuivano i marcapiani che, erano appositamente stati posti per eludere il nemico rendendo del tutto insignificanti eventuali vacui ricavati all’interno. I materiali usati sono essenzialmente di tre categorie: la concrezione, che richiama i materiali usati nel basamento della vecchia torre e alla quale la nuova si unisce, come a voler saldare il vecchio con nuovo, la plastica strutturale interna che impiega grandi conci di pietra squadrata e la plastica figurale esterna, definita da lastroni di pietra.

Faro del Montorsoli. Vecchi basamento (Photo credit: Grace Macrì)

Lanterna del Montorsoli. Vecchi basamento (Photo credit: Grace Macrì)

Osservando con attenzione questo rivestimento lapideo si nota la sua particolare formazione geologica: si tratta di un calcare compatto caratterizzato da alcuni pori dove sono riconoscibili fossili di coralli a polipai di forma conica con lamelle dalle quali si continuavano i tentacoli. Quindi l’effetto cangiante del paramento, con sfumature che tendono al grigio e all’avorio, tipico di molti calcari, qui si arricchisce di sfumature rosate dovute alla componente corallica.

Un documento del novembre del 1553 conferma l’attività di estrazione della pietra calcarea da una cava in Xirpi, nei pressi del Boccetta. Si tratta di una lamentela da parte dei coniugi Rampulla che chiedevano un risarcimento proprio per il via vai di operai che attraversavano il terreno di loro proprietà rovinandone il raccolto.

Anche qui, forse, vi è una ragione altra per cui il Montorsoli ha usato questo tipo di pietra: siccome il calcare rosa ricordava l’ira di Poseidon, che Omero aveva chiamato <<scuotitore della terra>>, l’architetto voleva ripetere e ricordare, nel mito, l’origine tettonica dell’Isola. Nell’idea montorsoliana si trattava forse di un’ analogia classicista: come il mare era rimasto imprigionato nella roccia, così la Torre avrebbe ripetuto, nell’artificio architettonico, l’illimite ispirato dal confine di Terra e di Mare.

La torre è formata da filari lapidei, interrotti da pochi ma significativi episodi che guadagnano una loro autonomia mediante l’uso diversificato dei tagli delle stessa pietra ed è proprio in questa tecnica di anatirosi coniugata con la grande abilità scultorea del Montorsoli che nasce il linguaggio della torre. La torre è potenzialmente tutta un cantonale che sembra suddividersi in due soli ordini, mentre all’interno se ne distinguono ben quattro. All’esterno i tre occhi inferiori, simboleggiate dalle finestre, poggiati sul marcapiano scrutano il mare e avvistano il nemico. Le ciglia lapidee sulla palpebra edilizia, come la definisce ancora Aricò, sono fatte della stessa pietra di tutto l’edificio. Le finestre superiori invece, abbandonando la funzione militare di avvistamento del nemico e difensiva, possono snellirsi e presentarsi come occhi più gentili che comunicano direttamente il messaggio alla lanterna, che guida i naviganti seppur li deve tenere a debita distanza.

Faro del Montorsoli. Scale in ghisa che conducono all'apparato ottico (Photo credit: Grace Macrì)

Faro del Montorsoli. Scale in ghisa che conducono all’apparato ottico (Photo credit: Grace Macrì)

Faro del Montorsoli. Scale in ghisa che conducono all'apparato ottico (Photo credit: Grace Macrì)

Faro del Montorsoli. Scale in ghisa che conducono all’apparato ottico (Photo credit: Grace Macrì)

Forse Montorsoli aveva progettato anche una macchina per il doppio funzionamento diurno/notturno della torre, ma lo si può solo desumere dall’opera non finita per l’improvviso rientro a Firenze nel 1557. Si suppone anche che l’architetto avesse progettato anche un coronamento del volume turrito dove la funzione del controllo ottico diventava, con la lanterna, uno strumento di semplice comunicazione, ma di questo non abbiamo nessuna documentazione che possa attestarlo.

Lanterna accesa. La rotazione gli è data dal meccanismo che un tempo era azionato da un peso motore, ormai elettrico (Photo credit: Grace Macrì)

Lanterna accesa. La rotazione gli è data dal meccanismo che un tempo era azionato da un peso motore, ormai elettrico (Photo credit: Grace Macrì)

La Lanterna ha un’ottica rotante che emette tre lampi bianchi ogni 15 secondi ed è visibile a 22 miglia, vale a dire oltre 40 chilometri. L’altezza della luce sul livello del mare è di 41 metri.

Faro del Montorsoli. lenti Fresnel e ottone per il rivestimento. (Photo credit: Tanino Cardillo)

Faro del Montorsoli. lenti Fresnel e ottone per il rivestimento. (Photo credit: Tanino Cardillo)

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