Storie

Terminata l’expo parigina

Fresnel Lens

Fresnel Lens (Photo credit: Patricia Drury)

 

 

Si spengono le luci sulla bella mostra “phares”, al museo nazionale della marina di Parigi. Quasi un anno (dal 7 marzo al 4 novembre) per mettere all’honeur, come dicono i transalpini, un mondo che ha suscitato gli entusiasmi e la genialità dei nostri cugini, e non soltanto. Ma l’orgoglioso esagono, ha proposto senza pèrosopopea e senza sciovanismo, che si sarebbe anche potuto aspettare dal paese che ha dato i natali a Augustin Fresnel che dal 1821, anno dei suoi primi esperimenti, un caposaldo delle luci marittime.

Se c’è un nome associato alla storia dei fari, questo è senza dubbio è questo scienziato ed ingegnere del genio civile morto nel 1827 a soli 39 anni. Augustine Fresnel fu l’inventore delle innovative lenti a rifrazione. La lente di Fresnel, spiega Wikipedia, permette la costruzione di ottiche di grande dimensione e piccola distanza focale senza l’ingombro, lo spessore ed il peso del materiale necessario per costruire una lente sferica convenzionale di equivalente potere diottrico che all’inizio del XIX secolo, rivoluzionarono le tecniche di illuminazione dei fari. L’origine dei fari moderni è in effetti condensato negli apparecchi con le lenti a gradoni in vetro, conservate come reliquie in molte istituzioni scientifiche (e l’expo parigina ne ha messo in mostra alcune).

Ma i fratelli Feresnel erano tre; non si dovrebbe dimenticare Léonor, anche lui, ingegnere.

Augustin-Jean Fresnel

Augustin-Jean Fresnel (Photo credit: Wikipedia)

Meno noto del fratello, ebbe comunque un ruolo di primo piano nella scienza dei fari. Giunto a Parigi nel 1827 si dedicò per due anni allo studio di un canale che doveva collegare Parigi al mare. Fu la debacle finanziaria di questo progetto, o la malattia del fratello, a portarlo a Parigi ed ai fari? La corrispondenza, parzialmente edita da Léonor, non fa riferimento al secondo fatto. Senza dubitare dei sentimenti che i due fratelli provavano reciprocamente, i debiti del Canale della Senna, diedero alla sua decisione di mettersi al servizio dei fari, un carattere meno sacrificale e quindi più umano. Nel 1827 e per i venti anni successivi, Léonor diventa segretario della commissione fari, un posto creato nel 1819 con il sostegno dell’astronomo Francois Arago, uno dei personaggi più attivi in questa commissione. Quando Léonor succede al fratello, l’eredità non è così esaltante come letture retrospettive farebbero pensare. Nel 1824, l’ingegnere scozzese Robert Stevenson non era stato convinto dal dispositivo installato a Cordouan e, dieci anni dopo, Léonor consiglia l’adozione delle lampade con le lenti del fratello sulle isole britanniche, benchè i riflettori parabolici inglesi e scozzesi fossero efficaci ed affidabili. La diffusione delle lenti Fresnel é spiegata dalla espansione coloniale francese del XIX secolo e la nascita di diverse industrie che si dedicarono alla rifrazione della luce ed alla loro applicazione nei fari (ligthouses li chiamano gli anglofoni). Per vent’anni Léonor consolidò l’intuizione del fratello portando a termine un processo di innovazione al quale Augustin aveva dedicato gli ultimi anni della sua vita. La visita alle officine Lepaute degli ingegneri inglesi della Trinity House, e, poi l’annuncio, nel febbraio 1844, dell’accensione del primo faro catadiottrico di grossa dimensione, sullo scoglio scozzese di Skerryvore,Skerryvore lighthouse segnano le due tappe del riconoscimento internazionale dei Fresnel, la cui consacrazione verrà anche dall’ordinazione, per l’expo 1855, di un fregio con le allegorie femminili delle nazioni marittime che rendono omaggio al busto dello scienziato morto. Léonor eredita soprattutto la fiducia ed il sostegno di un gruppo di uomini, raccolti nella commissione dei fari, e che appartengono alle istituzioni scientifiche più prestigiose del paese: l’accademia delle Scienze, la scuola dei ponti Paris Tech, l’ufficio della longitudine, l’osservatorio di Parigi, il Politecnico.

Gli apparecchi con lenti a gradoni non si sarebbero imposti nei fari francesi e successivamente in tutto il mondo, senza l’apertura preventiva di uno spazio sperimentale nel quale si diedero a Fresnel i mezzi per proseguire lo sviluppo di una idea, meno originale di quel che pretendono i suoi biografi, sostiene lo storico Vincent Guigueno, e dimostrare la sua efficacia di fronte a concorrenti i cui sistemi equipaggiavano già i fari francesi su richiesta della commissione. Segretario di questa commissione, Léonor, è il primo a cui gli annali del genio civile, conferiscono il titolo di direttore dell’embrionale servizio dei fari: il laboratorio centrale dove l’amministrazione fa costruire, in condizione di monopolio, piccoli apparecchi lenticolari. Attività che sparirà a metà del XIX secolo. E’ Léonor che redige istruzioni per il mantenimento degli apparecchi lenticolari, inaugura i giri di ispezione sul litorale e si batte per integrare i fari nel servizio pubblico. Quando trasmette nel 1846 al successore Léonce Reynaud, Léonor Fresnel ha avviato un’istituzione che non si sostituisce al lavoro collegiale della commissione, ma che prende in carico lo sviluppo tecnico e il controllo della rete dei fari in Francia. Può ormai dedicarsi all’edizione e pubblicazione delle opere complete del fratello, che proseguì fino al termine della sua vita nel 1869. Ma la bella esposizione parigina ha dedicato ai colleghi inglesi e soprattutto ai guardiani, i custodi dei fari, interessantissime testimonianze, tra cui alcune recenti. Gli ultimi sono scesi dai fari, specie quelli in mare, nel 2004, completando un processo di automatizzazione iniziata in tutto il mondo negli anni ’90.

Purtroppo come lamentano alcuni commenti alla conclusione dell’expo, data via fb e twitter dal curatore Vincent Guigueno, per ora nessuna istituzione francese, o museo di mare e degli uomini del mare (numerosi in Francia) ha raccolto l’idea di trasferire, magari adattandola questa bella mostra. Non parliamo poi del nostro paese che vanta con Galata uno spelandido ed interessantissimo museo, a poche centinaia di metri della Lanterna e a pochi chilometri da altri musei navali locali ma non per questo meno interessanti. C’è solo da auspicare come ha fatto lo storico bretone curatore della mostra che il successo di questa mostra verrà quando da essa nasceranno nuove iniziative. In Francia, ma perché no in Inghilterra e nel nostro paese. Prima che qualcuno sulla deriva del risparmio e della necessità di fare cassa, trasformi i fari in bred&brefast o hotel di lusso a cinque stelle, e spenga le luci.

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