Storie

L’isola senza faro

di Lilla Mariotti

I fari sono dei manufatti meravigliosi, prima di tutto se si pensa al loro scopo, quello di inviare un segnale luminoso sul mare durante la notte per indicare ai naviganti i pericoli che nasconde il mare, scogli sommersi, secche, e altre insidie che potrebbero provocare un naufragio.  Ce ne sono dappertutto: sui promontori estesi sul mare, al di sopra di ardite scogliere, all’ingresso dei porti e, soprattutto, su scogli o isolotti sparsi in mezzo al mare.

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Credits Wikipedia

Tuttavia su una sperduta isola in fondo all’oceano Atlantico, una piccola isola di 98 km² di superficie, di nazionalità inglese, a lat. 37° 6’ 44” sud  e long. 12° 161’ 56” ovest, quasi esattamente a metà strada tra il Sud America e il Sud Africa, che ha visto moltissimi naufragi all’epoca delle vela, non esiste un faro. Quest’isola si chiama Tristan da Cunha, conta meno di 300 abitanti con sette cognomi, di cui due italiani, Repetto e Lavarello, originari di Camogli, sulla Riviera Ligure di Levante e rimasti sull’isola dopo il naufragio del loro vascello.  Quello del brigantino “Italia”, di un armatore chiavarese, è stato l’ultimo naufragio che si è verificato sull’isola di cui si abbia notizia.

English: location of Tristan da Cunha

Posizione di Tristan da Cunha (Photo credit: Wikipedia)

Tutti gli altri capostipiti erano di nazionalità diverse: scozzese, inglese, olandese, americana, e si erano fermati sull’isola per scelta, in tempi diversi, dopo esserci capitati con le loro navi per fare rifornimento. Il primo, il fondatore della colonia, nel 1717, era William Glass, uno scozzese, caporale della fanteria di stanza sull’isola durante l’esilio di Napoleone a Sant’Elena, che, con altri due commilitoni, poi ripartiti, aveva creato in quell’angolo sperduto del mondo la sua utopica colonia. Nel 1998 il “Guiness dei Primati” ha definito Tristan da Cunha “La più remota isola abitata del mondo”.

Se su quest’isola ci fosse stato un faro, forse molti naufragi sarebbero stati evitati.  In realtà vi si trovava, negli anni ’30 del 1900 e usato per diversi anni, un piccolo semaforo bianco in legno sovrastato da una piccola lanterna con vetri, alimentata con paraffina e gestito dai ragazzini dell’isola, ma veniva usato più che altro per fare segnalazioni durante il giorno alle navi che si stavano accostando, per indicare il miglior punto di ancoraggio dato che, ancora oggi, l’isola non dispone di un porto.

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Il semaforo di Tristan da Cunha (Photo credit: wikipedia)

Io, incuriosita dalla mancanza di questo faro che mi sembrava invece così utile in una simile posizione, pochi anni fa mi sono fatta coraggio ed ho inviato una mail all’allora Amministratore Mr. David Morley chiedendo informazioni in merito.  La sua risposta è stata veloce e diceva così : “On the question of a lighthouse, I doubt that there was ever enough shipping traffic to justify the enormous expense and effort in building one.” (Sulla questione del faro, dubito che qui ci sia un sufficiente traffico di  navi da giustificare l’enorme spesa e gli sforzi per costruirne uno).  Quale che siano le ragioni, evidentemente la comunità non ritiene necessario quest’aiuto alla navigazione, anche se il traffico delle navi in quella zona di mare è sempre molto attivo.

La ragione può anche essere un’altra, secondo la mai opinione personale: non bisogna dimenticare che Tristan si trova al limite dei Quaranta Ruggenti, i terribili venti che soffiano da ovest intorno a Capo Horn e che risalgono l’Atlantico con la loro furia.  A Tristan le tempeste sono tanto improvvise quanto terribili, e il pericolo che una di queste potrebbe in breve tempo distruggere anche il più potente dei fari è un rischio che va considerato e sarebbe un’altra delle tante tragedie che hanno travagliato questa popolazione durante i secoli di permanenza sull’isola.

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8 thoughts on “L’isola senza faro

    • Caro Renzo
      Grazie della tua segnalazione. Sarebbe interessante farne un approfondimento. Avresti voglia di scrivere qualcosa per il blog?

      Intanto giro il tuo commento a Lilla

      Buona giornata

      Federica

      • Ho letto con interesse la storia di questo nuovo naufragio sull’isola di Tristan da Cunha, del resto ne ero già al corrente tramite Renzo. Ti ringrazio per avermi citato tante volte, io amo il mio libro, devo però preciasre che la mia storia finisce nel 2008 e non nel 2011, sicurametne un lapusus. Sono passati tre anni dal disastro e conoscendo quella gente ne saranno usciti come sempre. Vedrò se scrivere una nota aggiuntiva, ma prima vorrei sentire gli abitanti, con cui sono sempre in contatto. Ciao Lilla

  1. Cara Federica, Il link che vi ho dato è molto chiaro e pieno di immagini io non potrei dirvi niente di più, a suo tempo ero in contatto con Ocean Doctor i quali si sono occupati del salvataggio di centinaia di pinguini sporcati dal petrolio uscito dalla nave. Della soia nelle stive (non cereali) non ricordo che fine ha fatto, allora se ne parlò molto perchè avrebbe inquinato le acque per molto tempo. La nave è stata distrutta dal mare in pochissimo tempo come potete vedere dalle foto. Vi mando altri links sull’argomento, esiste anche un documentario ma non ho trovato dove scaricarlo però si può acquistare.
    http://oceandoctor.org/disaster-at-nightingale/

    http://oceandoctor.org/desperate-penguin-rescue-efforts-continue-nearly-3000-penguins-relocated-from-nightingale/

    http://oceandoctor.org/environmental-disaster-worsens-after-shipwreck-at-nightingale-island/

    http://oceandoctor.org/ship-breaks-apart-oil-spill-threatens-penguins-other-wildlife-at-remote-nightingale-island/

  2. Dimenticavo, non ho mai capito il passaggio così ravvicinato di quella nave, un cargo, all’isola con tutto l’oceano a disposizione, non aveva nessun motivo per farlo e si è trattato di una grossa fesseria!
    Riguardo le considerazioni di Lilla sulla distruzione dell’eventuale faro da parte di tempeste, vorrei dire che pur essendo pericolose, hanno fatto danni nel 2001, esiste un pericolo più serio per un faro e sono le eventuali eruzioni, nel 1961 un’eruzione improvvisa distrusse mezzo paese, la popolazione fu evacuata e l’isola rimase disabitata per due anni.

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